"La coccinella"

Përktheu nga shqipja ne italisht: Amazona Hajdaraj

Origjinali e ka titullin "Nuse Pashke" dhe është i publikuar ne rubriken Letersi

Sentì la sveglia, la spense e rimase ancora immersa nel calore delle coperte, il freddo aveva cominciato a bussare alle porte. Oggi era il suo turno per andare a raccogliere la legna in cima alla montagna, e la sorella più grande avrebbe portato le pecore e la mucca a pascolare. Si era svegliata piena di pensieri, nelle orecchie le rimbombavano le urla del capo della brigata del giorno precedente.

Lui era capo brigadiere della cooperativa dove Marie lavorava, da due anni, e sul suo conto giravano brutte voci. Mentre scaricava il peso delle cipolle raccolte che aveva dentro la cesta sulla schiena, lui si era avvicinato e le aveva toccato il seno. Il primo pensiero che venne a Marie era di guardare che non ci fosse nessuno intorno a loro, e poi si era girata di scatto e gli aveva dato uno schiaffo. – Ma come ti permetti brutta zitella? – Aveva urlato Leke, non far finta che non ti piace e che nessuno ti abbia mai toccato prima d’ora, altrimenti alla tua età, qualcuno ti avrebbe già sposata, questo schiaffo ti costerà caro. La immobilizzò contro il muro del magazzino, in un angolo dove non filtrava neanche un filo di luce ed iniziò a baciarla ed a toccarla. In quel momento, arrivò una delle ragazze che lavoravano con lei, per aiutarla a scaricare il peso che portava sulla schiena. Così, Leke, dovette lasciarla ed allontanarsi per la pesatura delle cipolle che l’altra donna aveva raccolto.

-“Marie alzati, farai tardi, rischi di tornare a casa quando già sarà buio, ed oggi sei sola , la mamma di Vera mi ha detto che non verrà con te per la raccolta della legna perché ha la febbre. “ La voce della sorella le stava dando fastidio, ancora di più della voce del brigadiere del giorno prima. Era per colpa sua se Marie a ventidue anni era ancora una “zitella”. Erano sette sorelle , si erano sposate tutte tranne Drita e lei. Drita aveva quattro anni di più. All’età di diciassette anni aveva avuto qualche richiesta di matrimonio, ma i genitori non avevano accettato nessuno, non perché i pretendenti non fossero stati all’altezza, ma perché non avevano alcun altro figlio in casa, a parte lei e Marie, che li aiutasse con il bestiame, a lavorare la terra ed andare a raccogliere la legna ed il fieno. Inoltre Drita non aveva alcuna dote, non sapeva ricamare, non era bella e non aveva nemmeno un fisico che la caratterizzasse particolarmente.

Al compimento dei diciannove anni di Drita, gli occhi dei pretendenti si posarono su Marie, che stava crescendo come un fiore, occhi azzurri come il mare, capelli color del grano e una pelle bianca e lucida. Marie aveva tutto, oltre alla sua giovinezza, ma una sola “maledizione”, la maledizione della legge delle montagne: non avrebbe potuto sposarsi prima della sorella maggiore. – Marie, alzati, maledizione, che il diavolo ti possa entrare nel corpo, continuò sua sorella, bestemmiando. Le bestemmie, per Drita, erano diventate uno sfogo della sua rabbia, per non essere stata mai accettata come donna, ma soltanto come “macchina” da lavoro.

Marie cercò di assecondare le grida di sua sorella, mise i pantaloni con sopra la gonna e due maglie di lana, scese nella stalla per prendere la corda per legare la legna e salutare la sua pecora preferita come faceva ogni mattina prima di andare al lavoro. Risalì di nuovo in casa e prese la sua borsa dove la sera prima aveva preparato il pane, una cipolla tagliata a metà con un po’ di sale e “turshi“ (pomodori verdi sotto sale). Quello sarebbe stato il suo pranzo, poi si fermò ancora al torrente del paese dove riempì una borraccia di acqua gelida e poi prese il sentiero ripido e insidioso.

Il sole aveva già appoggiato i suoi raggi sui bordi frastagliati della montagna, e Marie si sentì meglio pensando che non avrebbe patito tanto il freddo, nonostante lassù in alto avrebbe trovato un tappeto scivoloso e cristallino di brina. Aveva deciso di non correre come faceva sempre, non tanto per la strada pericolosa, quanto perché le capitava poche volte di stare da sola immersa nei suoi pensieri.

Strada facendo pensò ancora al brigadiere; era un bel ragazzo, laureato, ma per niente serio, in più erano parenti di settimo grado. Non poteva nemmeno sognarlo, sapeva benissimo che la legge delle montagne proibiva i matrimoni fino al nono grado di parentela, e anche con persone del villaggio, e inoltre si supponeva che potevano avere un legame di sangue, e quindi i figli concepiti nascere con seri problemi di salute. Si ricordò delle sue sorelle sposate, che abitavano una più distante dell’altra , le quali si univano alle loro famiglie soltanto in qualche occasione speciale , come per un matrimonio o un funerale.

Ultimamente, sempre di più si sentiva vuota dentro e senza desiderio di vivere. Così, immersa nei suoi pensieri, non si accorse nemmeno che era giunta nel bosco, per metà spoglio dalle foglie. Le guance le si erano arrossate a causa del sole e il freddo. Non era passata più di mezz’ora quando sentì dei passi avvicinarsi a lei. Non ci fece caso subito, visto che proprio il sabato anche altri andavano per la raccolta della legna, ma poi si accorse che i passi erano di Leke e nel suo cuore avvertì un brutto presentimento. …………………………………………………………………………………………………………..

Il pullman fermo alla stazione si stava riempiendo poco per volta. Marie aspettava sul marciapiede senza il desiderio di salirci. Aveva la sensazione che quel viaggio sarebbe stato senza ritorno. Guardava le persone già sul pullman e le sembrò che parte di loro era come se non si fossero ancora alzate dal letto, qualcuno si era portato anche le coperte . Erano le quattro del mattino. A quell’ora non c’era ancora il soffocante caldo estivo di giugno. Marie, con le lacrime agli occhi, guardò di nuovo sua madre, ma il suo sguardo si imbatté in due occhi color giaccio… lei era immobile, con quella durezza nel cuore che la caratterizzava , nemmeno una lacrima , o un segno di pietà sul suo viso.

Doveva salire, altrimenti rischiava di rimanere senza un posto a sedere fino a Tropoje. Salutò prima sua sorella. “Arrivederci Drita, non so se ci vedremo ancora”. La sorella la strinse fra le sue braccia asciugandole le lacrime e poi le disse; “ Ma che dici? Certo che ci vedremo ancora. E non dimenticarlo, nonostante tutto quello che è successo io ti vorrò sempre bene”.

In verità sua sorella le voleva bene, a suo modo, ma aveva anche aggiunto “nonostante quel che è successo” Quella parola le si conficcò nel cuore come una freccia. In quel momento le arrivò alle orecchie la voce dura di sua madre, come un urlo .” Basta, ora sali su quel pullman”. Si voltò verso di lei per abbracciarla, ma le sue mani rimasero sospese nell’aria. Lei le aveva già girato le spalle. Scendeva una leggera pioggia estiva. Maria alzò la testa in su, verso il cielo, in modo che le lacrime, che le erano arrivate fino alla bocca, mischiandosi con la pioggia le sarebbero sembrate più dolci. Aveva bisogno di carezze e quelle gocce di pioggia le avrebbero alleggerito il peso del suo dolore infinito. Ma in quel viaggio, avrebbe portato con sé anche il peso della coscienza dei suoi familiari.

Aveva chiesto perdono a sua madre migliaia di volte, senza capirne il motivo. E lei non l’aveva perdonata. Le aveva detto di chiedere perdono a Dio. Maria non avrebbe chiesto perdono a Dio per una colpa, un peccato che non aveva commesso. La creatura che portava in grembo, non era il suo peccato… ma era il frutto della violenza che aveva subito quel giorno, da Leke.

Prese posto sul pullman vicino ad una donna giovane con la sua bimba in braccio. Si girò verso il finestrino per salutare per l’ultima volta la madre e la sorella, ma di loro, si vedeva soltanto la loro sagoma in lontananza. Sentì un forte dolore al ventre tanto che si rannicchiò su sé stessa, e pianse con la disperazione nel cuore, soffocando in fondo alla gola le sue grida. Socchiuse gli occhi cercando di immaginare il suo futuro, ma si interrompeva… come la pellicola consumata di un film. Ad un tratto le vennero in mente le sue amiche, quando si riunivano dopo il lavoro nella cooperativa a pranzare insieme, i loro sorrisi e le voci piene di vita, le loro fantasie, le coccinelle quando salivano sul braccio, con l’usanza di chiedere “coccinella , coccinella quanto lontana da casa sarà la mia sorte da sposa?” Se la coccinella camminava a lungo sul braccio, il destino della loro vita matrimoniale sarebbe stato molto lontano dalla loro casa d’infanzia. La coccinella sul braccio di Marie non camminò a lungo e nemmeno volò, ma cadde per terra. E Marie aggiunse “ragazze il mio destino sarà solo sotto terra“. Nemmeno in questo viaggio, con la sua creatura nel grembo, riuscì a vedere il suo futuro . Ricordò gli attimi della violenza subita. Aveva pensato bene a non lottare contro una persona cosi furiosa, che sembrava ferito nel suo orgoglio dopo il rifiuto di lei del giorno prima. Aveva visto tanto sangue intorno a lei, aveva sentito tanto dolore e aveva visto un sogno spegnersi per sempre. Quello di non potersi sposare un giorno. Il matrimonio per loro era importante, era il legame per dare nuova vita. Non importava che avrebbe dovuto sposarsi con una persona scelta dai genitori o dai parenti. In fondo in quel posto sperduto della montagna nessuno sapeva che esistesse l’amore. Si sentì soffocare e apri il finestrino del pullman, sentì giungere alle narici l’odore acre del bruciato delle gomme mischiato con quello della polvere e la pioggia. Ahhh, come le piaceva sentire l’odore della terra.

Si perse di nuovo nei suoi ricordi… in quel maledetto giorno in cui era salita da sola per raccogliere la legna. Perché doveva essere quello il suo destino? Cosa aveva fatto di male per meritarsi una punizione così? Dal giorno che aveva scoperto di aspettare un figlio, si era stretta il ventre con una grande fascia per proibirne la crescita, aveva tentato di buttarsi giù da quell’altura della montagna… nel fiume che scorreva. Ma non ce l’aveva fatta. La creatura dentro di sé era stata più forte della durezza di sua madre. Era sopravvissuta a ogni tortura. Si ricordò quando, all’ottavo mese, aveva raccontato tutto a sua madre, la quale non si era accorta di nulla. Lei l’aveva maledetta con tutto il cuore, per una colpa che Marie non aveva commesso.

Ora stava andando a partorire lontano da casa, lontana dalle maledizioni e dalle condanne del paese. Andava da una zia della madre. Maria sperava tanto che la creatura che portava in grembo fosse una femmina, nonostante nel suo paese si diceva che le femmine sono una disgrazia. Ma lei voleva rivivere nel suo bambino, sapeva che una volta partorito lo avrebbe lasciato nelle mani di sua cugina…
Durante il parto si era rivolta a Dio con tutte le forze che le erano rimaste, chiedendogli uno scambio di vita. Una vita da “peccatrice” con una da pura. Dio ascoltò le sue preghiere. Mise al mondo una bambina, con i capelli color del grano e gli occhi azzurri come la madre… ma appena venuta alla luce, chiuse per sempre quelli di Maria, che morì durante il parto. Alla nascita la bambina venne adottata dalla cugina che aveva altri figli.

Quella bambina ha ora trent’anni. Il suo nome è Klara.